Agrumi varietà rare: quali sono e perché vale la pena conoscerle

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Gli agrumi di varietà rare e non sono tra le piante da frutto più antiche e geneticamente complesse che coltiviamo. Quasi tutte le specie che conosciamo, come limoni, arance e pompelmi, sono in realtà ibridi naturali derivati da tre progenitori originari: il cedro, il pomelo e il mandarino. Da secoli di incroci spontanei e selezione umana è nata una biodiversità enorme, buona parte della quale è rimasta fuori dai circuiti commerciali.

Le varietà che troviamo al supermercato sono quelle selezionate per la produzione di massa: resa elevata, buccia resistente al trasporto, aspetto uniforme. Ma il mondo degli agrumi è molto più ricco di così, e alcune delle varietà più interessanti sono quasi scomparse dall’agricoltura moderna.

Indice

Il cedro: l’agrume più antico d’Europa

mandarini

Il cedro (Citrus medica) è probabilmente l’agrume con la storia più lunga in Europa, documentato da oltre duemila anni. Non va confuso con i cedri del Libano: è un arbusto sempreverde che può raggiungere gli otto metri d’altezza, con frutti enormi dalla buccia spessa e profumatissima.

In Italia sopravvive soprattutto in Calabria, nella Riviera dei Cedri sul litorale tirrenico, dove le condizioni climatiche particolari (inverni miti, estati non troppo calde) permettono di coltivarlo in piena terra. È una pianta estremamente esigente: tollera male le temperature sotto i 12 gradi e soffre il vento, tant’è che i coltivatori calabresi proteggono ancora oggi le piante con reti frangivento su pali. La polpa è quasi assente o insipida — il valore del cedro sta tutto nella buccia, usata in pasticceria, in liquoreria e nella tradizione ebraica (il cedro calabrese è l’etrog del rito di Sukkot).

Tra le varietà più rare spiccano il Diamante, coltivato quasi esclusivamente nel comune che porta il suo nome, e il Cedro liscio di Santa Maria, una selezione antica ancora presente in alcuni orti familiari della costa tirrenica.

Buddha’s Hand: l’agrume che sembra un polpo

Il Citrus medica var. sarcodactylis, noto come Buddha’s Hand (mano di Buddha), è forse l’agrume più scenografico che esista. I frutti non hanno polpa né succo: sono composti interamente da dita di scorza gialla che si aprono verso l’alto come una mano. Originario della Cina e dell’India, dove è usato come offerta religiosa e profumatore d’ambiente, in Occidente è apprezzato soprattutto per la buccia, ricchissima di oli essenziali, usata dai pasticceri e dai bartender per aromatizzare dolci e cocktail.

Non si trova nei canali commerciali ordinari, ma in alcuni vivai specializzati è possibile acquistare la pianta e coltivarlo anche in Italia, con le stesse cure richieste dal cedro: esposizione soleggiata, protezione dal freddo, concimazioni regolari specifiche per agrumi.

Limoni antichi e dimenticati

Il limone comune (Citrus limon) ha una storia genetica complessa — si ritiene essere un ibrido tra pomelo e cedro — e nel corso dei secoli ha dato origine a decine di varietà locali, molte delle quali oggi sono rarissime.

Il Limone di Amalfi IGP (cultivar Sfusato amalfitano) è forse il più noto tra i limoni “storici” italiani: frutto grande, allungato, buccia spessa e profumata, polpa poco acida. Coltivato sui terrazzamenti della Costiera, richiede cure particolari e non si presta alla meccanizzazione, il che lo rende economicamente svantaggioso su larga scala ma straordinario dal punto di vista organolettico.

Meno conosciuto è il Limone Interdonato, una varietà siciliana nata da un incrocio spontaneo tra limone e cedranges alla fine dell’Ottocento, con frutti molto grandi e quasi privi di semi. Viene raccolto a settembre, mesi prima degli altri limoni, il che lo rendeva storicamente prezioso per i mercati. Oggi è coltivato quasi solo nel messinese e rischia di scomparire.