Allevamento Alpaca: come funziona in Italia, cosa produce e come iniziare

allevamento alpaca

Allevare alpaca può sembrare un’attività sopra le righe, ma è sempre più diffusa anche nel nostro paese.

L’alpaca (Vicugna pacos) è un camelide sudamericano originario delle Ande peruviane e boliviane, dove vive ad altitudini superiori ai 4.000 metri. In Europa, e in Italia in particolare, sta conquistando sempre più spazio tra gli allevatori di piccole dimensioni, attratti soprattutto da un prodotto di nicchia ma di altissimo valore: la fibra tessile, considerata tra le più pregiate al mondo per morbidezza, leggerezza e proprietà termiche.

Non si tratta però solo di un animale da fibra. L’alpaca è una specie robusta, relativamente longeva (vive fino a 20 anni), adattabile a climi diversi da quello di origine e con un impatto sul suolo molto contenuto rispetto ad altri ruminanti. Caratteristiche che lo rendono interessante anche per chi vuole avviare un allevamento estensivo su superfici piccole o medie, senza investimenti strutturali enormi.

Indice

Due razze, due tipi di fibra

esemplari di alpaca

Gli alpaca si dividono in due razze principali, che producono fibre con caratteristiche molto diverse.

La razza Huacaya è la più diffusa al mondo (circa il 90% della popolazione totale) e quella più presente anche in Italia. Il vello è folto, soffice e ondulato, simile a quello di una pecora ma molto più fine. La fibra ha un diametro medio compreso tra i 18 e i 28 micron (per confronto, la lana merino si aggira sui 17-24 micron), e le qualità migliori raggiungono prezzi molto elevati sul mercato internazionale.

La razza Suri è più rara e produce una fibra completamente diversa: liscia, lucida, con riccioli lunghi e appuntiti che ricordano le dreadlock. È considerata ancora più pregiata dell’Huacaya, usata nella produzione di tessuti di lusso. Più delicata da gestire e meno adattabile al clima italiano, è scelta soprattutto da allevatori specializzati.

Spazio, pascolo e strutture necessarie

L’alpaca è un animale gregario: non si alleva mai da solo, perché soffre l’isolamento e può sviluppare disturbi comportamentali. Il numero minimo consigliato per avviare un allevamento è tre capi, ma già con cinque o sei la gestione diventa più equilibrata.

La densità di pascolo consigliata è di circa 4-6 capi per ettaro, a seconda della qualità del foraggio disponibile. Rispetto a pecore e capre, l’alpaca è un pascolatore molto delicato: non strappa l’erba dalla radice ma la taglia, riducendo il deterioramento del manto erboso. Questo lo rende particolarmente adatto all’allevamento estensivo su pascoli collinari o montani, dove l’impatto sul terreno deve essere contenuto.

Le strutture necessarie sono semplici: un ricovero aperto su tre lati, sufficiente a ripararli dalla pioggia intensa e dal vento, e una recinzione perimetrale robusta alta almeno 1,2 metri. L’alpaca non salta, ma un recinto mal costruito o troppo basso può comunque essere violato da predatori (cani, volpi, talvolta lupi nelle zone appenniniche), che rappresentano il rischio principale per un allevamento all’aperto.

Alimentazione e gestione del pascolo

In condizioni ideali l’alpaca si nutre quasi esclusivamente di pascolo e fieno, con integrazioni minerali stagionali. Non ha grandi esigenze alimentari (consuma circa il 2% del suo peso corporeo al giorno), ma la qualità del foraggio incide direttamente sulla salute del vello e sulla crescita della fibra.

Nei mesi in cui il pascolo non è sufficiente (tarda estate o inverno nelle zone più fredde) va integrato con coltivazioni estensive di foraggere come erba medica, loietto o trifoglio, disponibili in rotoballe o in forma sfusa. Attenzione agli eccessi proteici: una dieta troppo ricca di leguminose può causare problemi digestivi e un vello meno pregiato.

L’acqua deve essere sempre disponibile e fresca. In estate, nelle zone più calde d’Italia, è importante garantire ombra adeguata perché l’alpaca soffre il caldo eccessivo, soprattutto nella fase successiva alla tosatura quando il vello non è ancora ricresciuto.